Giovanni Ardizzone

Blog ufficiale del Presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana


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La sfida della Regione: a noi le tasse degli statali

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Emanuele Lauria, la Repubblica – Palermo 9/1/2015

Passa l’ esercizio provvisorio all’ Ars e si riapre lo scarno salvadanaio della Regione. Via libera a stipendi e pagamenti ma solo fino ad aprile. Entro quella data il governo Crocetta dovrà trovare le risorse necessarie per coprire le spese sino al termine dell’ anno. Confidando nell’ aiuto di Palazzo Chigi, che pretende però almeno un piano di riforme. Intanto, Sala d’ Ercole ha cominciato a battere cassa a Roma. Varando per la prima volta una norma che mette in entrata (o meglio fra gli accantonamenti) ben 1,7 miliardi che lo Stato dovrebbe riconoscere per le imposte di chi ha residenza fiscale nell’ Isola ma fa capo a enti con centri di elaborazione delle buste paga situati altrove. In sostanza, la Regione avoca a sé le tasse sui redditi degli statali (dagli insegnanti ai militari) e sul mare magnum di pensionati pagati dall’ Inps. Nessuno garantisce, al momento, che quei soldi arriveranno, anzi come dice il presidente Giovanni Ardizzone «si apre un pre-contenzioso con il governo nazionale». L’ assessore all’ Economia Alessandro Baccei si limita a parlare di «norma di portata simbolica» ma aggiunge che «è una giusta rivendicazione» e che la somma reclamata, «eventualmente », «consentirebbe di chiudere in serenità il bilancio 2015». Un gesto coraggioso, da parte di un assessore legato a doppio filo a Palazzo Chigi, sopra la cui testa all’ Ars passa una serie di strali indirizzati a Renzi e agli uomini più vicini. «C’ è un pregiudizio insopportabile a Roma nei confronti dei siciliani – dice l’ ex capogruppo del Pd Antonello Cracolici – Veniamo considerati brutti, sporchi e cattivi. Dobbiamo andare avanti senza guardare in faccia nessuno ma dobbiamo sabuto che oggi dobbiamo rappresentare la Sicilia a Roma, non Roma in Sicilia». E Ardizzone prende di mira la Regione Piemonte: «Il disavanzo del Piemonte è pari a 7 miliardi di euro e nessuna testata nazionale ne parla. Mi aspetto che se ne discuta e mi attendo che il governo Renzi prenda provvedimenti, non limitando il suo attivismo solo alle questioni della Sicilia». Di certo, per far quadrare i conti, Baccei è costretto ad azzerare i fondi di riserva e a ridurre il fondo per i residui attivi. Nel testo sono rientrate alcune norme che erano state inizialmente stralciate dalla presidenza dell’ Ars perché mancavano le relazioni tecni- che, poi depositate. Tra queste le norme che stanziano 9 milioni di euro per gli stipendi degli ex Pip, 1,2 milioni per Sviluppo Italia Sicilia Spa. Arriva l’ ok ai fondi per gli enti dell’ ex tabella H fino al 30 giugno. E arriva una norma che “salva” quattro musei (Mandralisca, Marionette, Papiro e Fondazione Piccolo) consentendo loro l’ accesso a un fondo di rotazione dell’ Irfis da 1,5 milioni. C’ è uno stanziamento da 800 mila euro per le Terme di Sciacca e un altro da 1,5 milioni per l’ Esa. Via libera anche a un mutuo da 145 milioni per il finanziamento di una parte delle spese di investimento dei Comuni e delle Province, mentre è stata rinviata di un anno l’ armonizzazione dei sistemi contabili di Regione, Ars ed enti con quello dello Stato. L’ Assemblea approva all’ unanimità, 67 i voti a favore, la proroga dei contratti dei 22 mila precari degli enti locali. Un beneficio che si estende anche ai lavoratori dei Comuni in dissesto e pre-dissesto. Disposizione, quest’ ultima, che si pone in conflitto con la legge statale. Altra proroga per i dipendenti degli enti lirico-sinfonici, fra cui gli stagionali del teatro Massimo Bellini di Catania. In lista d’ attesa restano la riforma della Camera di commercio e, soprattutto, il mutuo da due miliardi. Se ne riparlerà la prossima settimana.


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Ardizzone a Crocetta «Trivelle, l’ odg va rispettato»

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L’intervista di Lillo Miceli al Presidente Ardizzone pubblicata oggi su La Sicilia.

PALERMO. «Gli ordini del giorno hanno un loro peso etico e vanno rispettati». Il presidente dell’ Ars, Giovanni Ardizzone, non condivide il giudizio tranciante del governatore Rosario Crocetta, sull’ odg approvato a Sala d’ Ercole nei giorni scorsi – il governo è stato battuto cinque volte – sul blocco della ricerca e la coltivazione di idrocarburi in Sicilia e nel Mare Mediterraneo, a poche miglia dalla costa meridionale dell’ Isola. «Il governo battuto? – aveva detto Crocetta – Si trattava soltanto di un ordine del giorno che, con tutto il rispetto, lascia il tempo che trova».

Parole che Ardizzone, da presi dente del Parlamento siciliano, non può condividere. Anche se il problema delle trivellazioni andrebbe approfondito, «credo ci sia il tempo per un’ articolata discussione in Aula».

Presidente, pensa che occorra riaprire il dibattito sulle trivellazioni?

«Fermo restando che gli atti parlamentari vanno rispettati, secondo me, dovremmo trovare le modalità per fare un dibattito approfondito su un tema così delicato. Non possiamo limitarci all’ incasso di 500 milioni di royalties, ma… ». Ma? «Va chiarito che la Sicilia deve avere un ritorno economico e sociale di ristoro che non ha ottenuto con gli insediamenti petrolchimici del passato, Gela, Augusta-Priolo e MIlazzo. La materia è molto delicata e, quindi, ogni gruppo parlamentare dovrà avere la possibilità di espri mersi approfonditamente».

Un ordine del giorno, però, è già stato approvato.

«È vero, però, lo Stato non può pensare di arricchirsi alle nostre spalle, come è avvenuto nel passato, incassando le accise sui prodotti petroliferi raffinati in Sicilia, lasciando solo la devastazione ambientale».

Dunque, lei non è contrario alle trivellazioni.

«Io sostengo che 500 milioni di euro l’ anno siano ben poca cosa in termini di rapporto costo-benefici. Attraverso una stringente trattativa con il governo nazionale, la Sicilia potrebbe incassare molto di più».

Come ben sa, l’art. 36 dello Statuto speciale riserva allo Stato la riscossione delle accise sui prodotti petrolifieri. Non solo, ma nessuna delle grandi multinazionali che ha stabilimenti in Sicilia, ha qui la sede legale.

«Infatti, io dico sì alle trivelle, ma a condizione che i beneficiari siano i siciliani e non i lombardi che godono di tributi che invece spettano a noi».

E per questo motivo, rivendica la centralità del Parlamento ed auspica la possibilità di affrontare i temi da lei posti con un ulteriore dibattito a Sala d’ Ercole?

«Io che ne sono il presidente devo essere il primo a difendere la centralità del Parlamento. Penso sia utile tornare ad affrontare l’ argomento, in un’ ottica diversa».

Ma non c’ è solo la questione economica. In Aula è stato sollevato il problema della difesa dell’ ambiente. C’ è il pericolo che il nostro mare, che già non gode di buona salute, possa essere irrimediabilmente inquinato.

«Le trivellazioni devono essere effettuate nel rispetto dei vincoli ambientali. Le moderne tecnologie dovrebbero evitare disastri. Se ci sono le dovute garanzie, ben vengano le trivellazioni. Non possiamo, però accettare ulteriori inganni da parte dello Stato». Queste sue affermazioni sono destinate a suscitare ulteriori polemiche. «Non si può tacere per evitare le polemiche. Il confronto è il sale della democrazia. Ribadisco: sì alle trivellazioni, ma non facciamoci prendere in giro dalla Repubblica Romana».

L. M.


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“C’è un’emergenza province, varare la riforma per fare chiarezza”

L’intervista di Giacinto Pipitone al Presidente Ardizzone pubblicata oggi su il Giornale di Sicilia.

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Spinge per risolvere al più presto l’ impasse in cui sono piombate le Province, avverte dei rischi che possono nascere se verrà soppressa la figura del Commissario dello Stato e rimanda il giudizio sul nuovo governo. Giovanni Ardizzone, presidente dell’ Ars, legge la nuova fase politica alla luce delle emergenze che governo e Parlamento saranno chiamati ad affrontare a breve.

Crocetta parla di una fase nuova. Quali provvedimenti dovrebbe portare all’ Ars con priorità?

«La prima emergenza da risolvere riguarda il governo delle vecchie Province. Al di là della riforma organica, siamo in uno stato di incertezza perchè i commissari ad acta, che il governo ha nominato in attesa di approvare la norma che permette di tornare ai commissari straordinari, hanno poteri molto limitati. C’ è un problema di rappresentanza legale dell’ ente che va chiarito subito».

Poi si dovrà finalmente affrontare l’ ultimo atto della riforma. Ancora oggi ci sono due testi, uno del governo che lavora a una propria regolamentazione e l’ altro promosso da lei che punta al recepimento della Delrio. Quale andrà avanti?

«In realtà non sono molto diversi. E bisogna iniziare col dire che la riforma Delrio, essendo di natura economico -sociale, è applicabile in Sicilia. La vera differenza fra i due testi è nella governance che si prevede per le città metropolitane e per i liberi consorzi. Delrio assegna la guida delle città metropolitane automaticamente ai sindaci dei capoluoghi, mentre una parte autorevole del Parlamento regionale propone l’ elezione diretta. Poi c’ è il problema delle funzioni e dei confini. Il testo di Delrio, a cui si ispira quello maturato all’ Ars, armonizza i confini dei liberi consorzi con quelli delle vecchie Province e dà in seguito la possibilità di staccarsi. Infine, nel testo maturato all’ Ars le funzioni sono quelle previste dalla vecchia legge che ha dato vita alle Province, a cui si aggiunge un recepimento automatico di quelle che lo Stato attribuirà con la propria riforma. Ma si può arrivare a una mediazione fra il testo del governo regionale e quello dell’ Ars».

Quali altre riforme suggerisce?

«Si parla tanto di quella della pubblica amministrazione. Ma io mi pongo anche un problema, attualizzare lo Statuto siciliano alla luce delle riforme che stanno maturando e anche del ruolo che dovrà avere il Commissario dello Stato dopo la sentenza della Consulta che sta per arrivare. Ne ho già discusso in conferenza dei capigruppo e procederemo quanto prima alla creazione di una commissione per la riforma dello Stauto».

Si riferisce al rischio che venga soppressa la figura del Commissario dello Stato?

«Dobbiamo renderci conto che la Sicilia è sotto osservazione. Ma davvero pensiamo che col controllo successivo sulla legge che dovrebbe fare il consiglio dei ministri il giudizio sarà scevro da meccanismi politici?»

Quali rischi individua?

«Se una legge sulle assunzioni viene bloccata dal controllo preventivo del Commissario dello Stato, restiamo soggetti a un giudizio tecnico. Domani, se la figura del Commissario dello Stato venisse abrogata, il controllo sarebbe del governo nazionale. E quindi oltre al giudizio tecnico ci sarà pure una valutazione politica. Sarà un vantaggio?».

Una riforma dello Statuto potrebbe modificare questo scenario?

«Sul controllo delle leggi no, ma una riforma serve anche a superare istituti ormai troppo vecchi o inapplicati. Penso, per esempio, alla previsione secondo cui il presidente della Regione è anche capo della polizia».

Crocetta ha detto che il 2014 è stato un anno orribile perchè si è discusso solo di Finanziaria. Lei che 2015 si attende dal punto di vista legislativo?

«Intanto vorrei precisare che quest’ anno abbiamo fatto anche tante altre leggi. E dal punto di vista del nume rodi sedute abbiamo lavorato molto più di altri consigli regionali, per la precisione il doppio della Lombardia e del Veneto e il quadruplo dell’ Emilia Romagna. A maggior ragione posso assicurare che il 2015 non sarà un anno in cui si parlerà solo di Finanziaria. Bisogna sganciare il Parlamento dalle dinamiche di governo. Abbiamo l’ autorevolezza per esitare leggi di riforma, basta guardare al numero di disegni di legge giunti da tutti i gruppi parlamentari».

Crocetta e i partiti parlano in questi giorni di «clima nuovo» intorno agli assessori. E si dicono sicuri che ciò aiuterà l’ approvazione delle riforme. Lei è ottimista?

«Io mi auguro che il clima sia buono e aiuti le riforme. Per quanto riguarda gli assessori, comincino col prendere confidenza con i banchi di Sala d’ Ercole e anche con quelli delle commissioni. Sarebbe un buon inizio».

Nel 2014 siete stati anche criticati per la questione dei tetti di stipendio. Avete un limite di 240 mila euro, mentre alla Regione ce n’ è uno da 160 mila che però il Cga teme possa essere incostituzionale. Che idea si è fatto di questa vicenda?

«Il parere del Cga mi sembra ovvio, visto che suggerisce di adeguarsi ai tetti di stipendio nazionali. È in linea con i principi di diritto e non insegue la moda del populismo. Però vorrei precisare un’ altra cosa».

Prego.

«Noi all’ Ars abbiamo fatto quello che al Parlamento nazionale non hanno fatto. Cioè abbiamo ridotto davvero gli stipendi diminuendo la spesa di 71 milioni nel quinquennio. Consegniamo alla prossima legislatura un Parlamento più snello e più organico nei costi».

Negli ultimi tempi non sono mancate sue sottolineature sul differente atteggiamento del Parlamento nazionale e di quello regionale rispetto avari temi.

«Lo penso anche della legge Severino. Che prevede regole diverse per i parlamentari nazionali e per quelli regionali rispetto a stesse fattispecie. A Roma la decadenza scatta solo quando si è condannati a pene superiori a due anni, mentre nei consigli regionali è prevista anche per pene inferiori ai due anni. È incostituzionale e illogico. Io ho dovuto prendere atto della decadenza di un deputato regionale, Salvino Caputo, per un reato minore e una condanna inferiore a quella che, invece, non ha impedito al sindaco di Napoli di tornare in sella. Non c’ è dubbio che la legge Severino vada rivista, dispiace solo che perchè a Roma se ne accorgessero è servito un caso De Magistris».


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Legge Delrio? Non si tratta di recepimento automatico

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L’intervista di Giovanni Ciancimino al Presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone pubblicata su La Sicilia di oggi.

Non è una rivoluzione, ma il recepimento della Delrio annulla la riforma parlata e in parte scritta sulla istituzione dei liberi consorzi con relativa polverizzazione territoriale. L’ iniziativa la scorsa settimana è partita dal presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone.

In cosa consiste il recepimento della Delrio?

«È fuorviante parlare di recepimento automatico. Con la legge 8 (liberi consorzi ed aree metropolitane, ndr) della scorsa primavera si sono istituite le tre città metropolitane di Palermo Catania e Messina. Questo è un punto di partenza fuori discussione, così come si è optato per l’ elezione di secondo grado per gli organismi di governo delle aree vaste, intendendo, ove non fosse chiaro, sia le città metropolitane che i consorzi. La Delrio, al comma 5 dell’ art 1, dice espressamente che i suoi principi valgono come grande riforma economico e sociale da adottare anche in Sicilia in conformità allo Statuto. Con la legge 8 abbiamo anticipato i principi contenuti nella Delrio: elezioni di secondo grado e governo di aree vaste».

Quali conseguenze senza la Delrio?

«Perderemmo quelle opportunità dettate dalla cosiddetta “Agenda Urbana e Pon Metro”. In Italia paghiamo lo scotto della mancanza di regia regionale e soprattutto della frammentazione degli attori, coinvolti a diverso titolo, nella definizioni delle politiche urbane. La legge nazionale ha inteso avviare in applicazione del principio di sussidiarietà di origine europea, la localizzazione delle funzioni ai livelli territoria li cui afferiscono i relativi bisogni. La nostra Regione è tenuta a disciplinare gli enti che saranno i destinatari della governance europea per gli orientamenti 2014-2020».

Quali sono gli aspetti più significativi rispetto alla recente riforma varata dall’ Ars?

«Tecnicamente la legge nazionale e quella regionale coincidono in molti punti. La differenza sta nelle funzioni. La nostra legge 9 dell’ 86 (istituzione delle Province regionali, ndr) conferisce ampie funzioni alle Province, che è necessario mantenere, mentre la legge nazionale rinvia alla concertazione tra Stato e regioni. Abbiamo anticipato la legge Delrio di ben tre mesi, ma la cornice non è stata riempita di contenuto. Sono stati previsti i liberi consorzi con elezione di secondo grado e le città metropolitane, ma non sono state attribuite le funzioni. Si rinviava ad una successiva norma e nel frattempo è intervenuto il legislatore nazionale. Quindi sul sistema di elezione, sugli organi e sull’ organizzazione non sussistono grandi discrasie. Ma la Delrio individua anche le province come aree vaste al fine di renderle come aree urbane, così come richiede la strategia 2020. Pertanto, si deve provvedere a darne immediata attuazione con l’ individuazione delle ex province come nuovi liberi consorzi di area vasta. Tuttavia resta ferma la possibilità per un comune appartenente ad un libero consorzio o città metropolitana di deliberare un’ adesione ad un ente diverso purché sia rispettato il criterio della continuità territoriale. Decisione da sottoporre a referendum».

Che integrazione dovrà adottare l’ Ars?

«Un lavoro di coordinamento nel rispetto della nostra autonomia sull’ ordinamento degli enti locali. Si tratta di completare il lavoro avviato dalla legge regionale 8, ma alla luce del nuovo assetto delineato dalle riforme in itinere. Innanzitutto sia alle città metropolitane che ai consorzi dovranno essere attribuite tutte le funzioni previste dalla legge 9/86, con l’ aggiunta per le città metropolitane di quelle ulteriori funzioni che saranno frutto dell’ accordo Stato -Regioni. La Regione dovrà trasferire le funzioni amministrative agli enti di governo di area vasta. Nel 2020 è impensabile che la Regione si occupi delle autorizzazioni per la realizzazione di un pozzo per irrigare l’ orticello di casa. La Sicilia con i suoi 5 milioni di abi tanti è chiamata per vocazione a svolgere un ruolo internazionale. I paesi esteri ci guardano con interesse. E noi cosa offriamo?»

Ha un senso politico il recepimento.

«Abbiamo visto prevalere più esigenze campanilistiche che l’ avvertita esigenza di aggregarsi per l’ istituzione di un ente di governo di un’ area vasta competitiva a livello europeo. Addirit tura in qualche caso è emersa la possibilità di un riscatto per qualche torto subito subito 60 anni fa. Oggi si corre il rischio che territori già marginali per ragioni orografiche ed infrastrutturali vengano per loro scelta marginalizzati ulteriormente. L’ Anci si è espressa positivamente e dai diversi incontri con il suo presidente, Leoluca Orlando, si è convenuto sull’ opportunità e necessità di fornire i comuni di quegli strumenti reali per essere loro i protagonisti dello sviluppo del territorio. Senza differenziare piccoli o grandi comuni».

Entro quando la nuova normativa?

«Al 31 ottobre scadono le gestioni commissariali. L’ Ars dovrà trovare l’ energia per fare una grande riforma strutturale dell’ ordinamento che potenzi il governo delle aree vaste e limiti lo strapotere amministrativo della Regione».


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Sì al modello Delrio in Sicilia

Schermata 09-2456928 alle 17.43.30Raccolgo l’appello lanciato da più parti politiche, ma soprattutto dall’Anci e dai sindacati, per un’applicazione in Sicilia della legge Delrio sulle autonomie locali. Pertanto, all’attenzione della prossima conferenza dei capigruppo all’Ars porterò il relativo disegno di legge.

Non credo che recependo la normativa nazionale sia in gioco l’autonomia della Sicilia, tutt’altro. Con la legge regionale del marzo scorso, infatti, sono già stati già istituiti i liberi consorzi dei Comuni e le città metropolitane e si attendeva proprio la norma statale in ordine alle funzioni da attribuire loro. Soprattutto per le città metropolitane, che, è opportuno ricordarlo, diventeranno istituzioni concorrenziali per la gestione di aree vaste a livello europeo.

Se mettiamo da parte le divisioni ideologiche e le presunte lesioni statutarie si potrà fare, nell’immediato, un ottimo lavoro che renda chiaro il quadro istituzionale e ordinamentale degli enti locali in Sicilia. Auspico che l’Assemblea possa trovare un accordo e procedere celermente, e senza indugi, all’approvazione del relativo disegno di legge.


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Ardizzone: così ho fatto dimagrire l’Ars

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L’intervista di Enzo Raffaele al Presidente Ardizzone pubblicata oggi su “La Gazzetta del Sud”

A domanda risponde con un numero: 71,352 milioni di euro. Accompagnandola con il gesto della forbice. Non bisogna essere esperti del linguaggio dei segni per comprendere che si parla di un taglio bello e reciso. Giovanni Ardizzone è ufficialmente in vacanza come tutti i deputati dell’ Ars ma in realtà non riesce a staccare. L’ ultima seduta, quella di lunedì scorso, ha certificato il ruolo di notaio dell’ Assemblea uscita pesta dall’ esame del burocrate di turno che risponde al nome di Commissario dello Stato. Una scena già vista, così come la reazione fiacca dei deputati rassegnati a piegarsi al volere non di un vicerè ma di un tribuno dell’ Antica (Antica?) Roma. Il tutto nell’ indifferenza dei siciliani che non vedono nel Palazzo dei Normanni la loro casa.

Presidente Ardizzone perché l’Ars ha una brutta immagine?

«È una enfatizzazione. L’ Ars è l’ unica Istituzione in Italia che ha ridotto davvero i costi. In realtà dare una brutta immagine dell’ Ars serve a un altro scopo».

Quale?

«Colpire il regionalismo. Un attacco che va avanti da due anni con argomenti qualunquisti, populisti, a cui è difficile replicare».

Ci provi.

«Le numerose sentenze della Corte dei Conti sulle spese delle Regioni dimostrano che non siamo sinonimo di sperpero».

Regioni è plurale, Sicilia è sin- golare e al contempo speciale. Che c’entriamo con questo calderone?

«È la teoria del domino. L’ Istituzione regionale che ha subìto e subisce i maggiori attacchi continui è proprio la Regione siciliana. Se cade lei, cadono tutte le altre».

Come vi difendete?

«Con i numeri alla mano. In questa legislatura noi abbiamo fatto riduzioni per oltre 71 milioni di euro per quanto riguarda il funzionamento dell’ Ars. Abbiamo applicato il decreto Monti e ci siamo quindi sganciati dal Senato per quanto riguarda i benefici non solo di ordine economico: dall’ 1 agosto lo stipendio del segretario generale dell’ Assemblea non può superare il tetto di un dipendente statale».

Ovvero?

«240 mila euro lordi l’ anno».

Nonostante ciò fioccano le notizie su sperperi e scorciatoie da parte dei deputati regionali.

«Molte di queste notizie sono così false che mi sono stancato di smentirle. In realtà l’ Ars ha un elenco di trasferimenti a cui deve far fede. Non siamo un’ associazione bocciofila, siamo un Parlamento».

Oddio, non è che mi siete ritornati vergini?

«Lasciamo stare la verginità e veniamo alla realtà. In Italia nessuna Istituzione ha ridotto i costi come noi».

Ma i numeri non sono tutto, presidente. Ogni qualvolta assisto ad una seduta dell’ Ars noto, ad essere gentili, che il livello non è all’ altezza di quel Palazzo. 

«Confesso che c’ è difficoltà nella conduzione d’ aula. Spesso sembriamo una scolaresca indisciplinata. La presidenza deve far fronte a interventi scoordinati, al limite dell’ ostruzionismo. Anche se c’ è chi sta peggio di noi».

Chi?

«Il Senato della Repubblica. Ma la cosa non mi consola».

Agli interventi del commissario dello Stato cui i vertici della Regione si rivolgono sem- pre più spesso dando l’immagine di un’arrendevolezza ingiustificata.

«Io non mi sono mai rivolto nel mio ruolo al commissario dello Stato. Non è uno spauracchio. Al limite è un freno quando si varano provvedimenti privi di copertura finanziaria. I miei problemi non sono arrivati da lui».

E da chi?

«Dal Governo che presenta disegni di legge senza relazioni tecniche. Se io devo procedere a una riduzione o a un aumento della spesa devo sapere, ad esempio, quante persone vanno in pensione, come deve es sere quantificata quell’ indennità. Per fortuna tra un anno cambia tutto».

Come?

«Abbiamo istituito un audivit sul Bilancio. Un sistema di controllo rigido, rigoroso su tutti i provvedimenti finanziari perché dal 2015 ci sarà un unico modello nazionale e tutti saremo tenuti al pareggio».

Allora qual è il vero problema del cattivo funzionamento dell’Autonomia?

«La mancata applicazione dello Statuto sotto il profilo finanziario. Dal gettito fiscale dovrebbero rimanere in Sicilia i dieci decimi mentre la cifra attuale è di quattro decimi»

Decimi a parte di che cifra parliamo?

«Dodici miliardi di euro» «Assolutamente no»

Colpa nostra?

«Assolutamente no»

Ma con lo Statuto siamo agli sgoccioli?

«No. Nonostante ci facciano passare per il male assoluto manterremo la nostra Autonomia. La battaglia da portare aventi è un’ altra».

L’attuazione dello Statuto in tutte le sue parti?

«Indovinato».

Non era difficile. Lo sento dire da sempre. E sembra che l’ attuazione ci debba cadere dal cielo.

«Ci stiamo muovendo. Ho incontrato Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari istituzionali del Senato, e lo stesso presidente Grasso, perché facciano incardinare quel disegno di legge da noi varato che prevede che le imposte di produzione rimangano in Sicilia. Noi non possiamo continuare a intascare solo le imposte provenienti dal consumo di banane fresche, banane secche, cacao e caffè».

Banane secche?

«Sì, banane secche. È inammissibile. Ci hanno illusi con i soldi dell’ articolo 38 quando lo Stato aveva risorse e le trasferiva in Sicilia».

Al tempo dei canonici di legno?

«Pressappoco. Nel 1955 fu Al posto di Crocetta non avrei chiuso il contenzioso tra la Regione e lo Stato rono trasferiti 97 miliardi di lire. Ora quelle risorse sono sparite. Adesso infatti parliamo di 20 milioni di euro da spalmare in 5 anni. Ma di che parliamo».

Torniamo a qualche domanda indietro. Ma chi deve attuare lo Statuto? Questa classe poli- tica la cui pochezza è visibile persino nei provvedimenti più elementari?

«Ho già risposto».

Lei avrebbe chiuso il contenzioso con lo Stato come ha fatto Crocetta?

«No, nel modo più categorico. Non era necessario, soprattutto viste le numerose sentenze della Corte costituzionale a favore della Regione e avverse allo Stato».

I rapporti tra Crocetta e il suo partito sono al limite della rottura. Ci sono margini di composizione?

«In politica non c’ è mai nulla di scontato. C’ è bisogno di armonia tra i partiti che hanno sostenuto la candidatura Crocetta. Da lì ragionare su un programma e su obiettivi da raggiungere. I problemi nascono dal fatto che sinora c’ è una regia ondivaga. Non occorrono rivoluzioni, ma innovazioni».

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Una storica sentenza della Corte Costituzionale

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 207 del 9 luglio scorso, ha riconosciuto che il maggiore gettito di alcuni introiti (tra cui l’Iva), derivante da agevolazioni fiscali, debba rimanere nelle casse della Regione, in conformità agli articoli 36 e 37 dello Statuto. È la risposta migliore nei confronti di tutti coloro, siciliani e non, che, quotidianamente, non perdono occasione di picconare la nostra Autonomia, chiedendone l’abolizione.

SENTENZA N. 207

ANNO 2014

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Sabino CASSESE; Giudici : Giuseppe TESAURO, Paolo NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, promosso dalla Regione siciliana con ricorso notificato il 2 ottobre 2013, depositato in cancelleria il 9 ottobre 2013 ed iscritto al n. 91 del registro ricorsi 2013.

Visto l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 24 giugno 2014 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio;

uditi l’avvocato Marina Valli per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Gianni De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Con ricorso notificato il 2 ottobre 2013 (reg. ric. n. 91 del 2013) e depositato in cancelleria il 9 ottobre 2013, la Regione siciliana ha impugnato l’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove applicabile ricomprendendo nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto delle disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», per violazione degli artt. 36 e 37 dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), nonché delle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria ) ed in particolare dell’art. 2.

L’art. 21 del d.l. n. 63 del 2013, ai commi 1 e 2, così dispone: «l. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo l, comma 7, del decreto­legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, di cui all’articolo 18, comma l, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, è incrementata di 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 e di 121,5 milioni di euro per l’anno 2014, per essere destinata al rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga di cui all’articolo 2, commi 64, 65 e 66, della legge 28 giugno 2012, n. 92. 2. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 5 della legge 6 febbraio 2009, n. 7 è incrementata di 413,1 milioni di euro per l’anno 2024». La Regione ricorrente censura, in modo particolare, il successivo comma 3, secondo cui «3. Agli oneri derivanti dagli articoli 14 e 16 e dai commi l e 2 del presente articolo, pari a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 a 274 milioni di euro per l’anno 2014, a 379,7 milioni di euro per l’anno 2015, a 265,1 milioni di euro per l’anno 2016, a 262,2 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2017 al 2023 e a 413,l milioni di euro per l’anno 2024, si provvede: a) quanto a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013, a 194 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2014 al 2023 e a 379 milioni di euro per l’anno 2024, mediante corrispondente utilizzo delle maggiori entrate e delle minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20; […]».

In particolare, gli articoli da ultimo richiamati prevedono rispettivamente: l’innalzamento e la proroga del regime di detrazione fiscale per interventi di miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici (art. 14); la proroga delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di immobili (art. 16); l’eliminazione del regime agevolato IVA per taluni prodotti editoriali, e cioè supporti integrativi a quotidiani e prodotti editoriali diversi dai libri scolastici e universitari (art. 19); l’applicazione del regime ordinario IVA per la somministrazione di alimenti e bevande con distributori automatici (art. 20).

Pertanto, dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior gettito risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA conseguenti all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli artt. 19 e 20 è poi previsto un maggior gettito come diretta conseguenza della eliminazione del regime IVA agevolato nel settore editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli alimenti somministrati mediante distributori automatici.

1.1.– La Regione «paventa» che con l’art. 21 si sia inteso stabilire che tutti gli aumenti di gettito suddescritti confluiscano nel bilancio statale, anche se derivanti da tributi regionali riscossi in Sicilia e promuove «in via cautelativa» la questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto la disposizione de qua. La disposizione impugnata, «ove applicabile ricomprendendo nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto delle disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt. 36 e 37 dello statuto nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto non sussisterebbero i presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di derogare al principio di attribuzione alla Regione siciliana di tutte le imposte statali riscosse nell’isola, ovvero a) la natura tributaria dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c) la destinazione del gettito «con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime». Relativamente ai maggiori proventi fiscali che ci si attende dalla ripresa economica stimolata dalle (maggiori) agevolazioni di cui ai citati artt. 14 e 16, difetterebbe il carattere di novità dell’entrata tributaria; mentre, relativamente sia a questi che agli aumenti di gettito IVA derivanti dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe la specifica destinazione a finalità contingenti o continuative dello Stato.

2.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, ritualmente costituito in giudizio, sostiene, innanzitutto, l’inammissibilità del ricorso, non avendo, la ricorrente, adempiuto all’onere, cristallizzato dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 246 del 2012), di allegare la precisa quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure.

2.1.– Viene, inoltre, sostenuta la infondatezza del ricorso in quanto, per espressa affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe alcun danno, stante anche la recente pronuncia di questa Corte, in fattispecie di analogo contenuto, secondo cui dalle norme statutarie non sarebbe desumibile alcun principio di invarianza di gettito per la Regione in caso di modifica di tributi erariali, fatta salva la dimostrazione che la dedotta riduzione di gettito rende impossibile lo svolgimento delle funzioni regionali (sentenza n. 241 del 2012).

A ciò si aggiunge che la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del 2013 e, in particolare, di quelle relative alle detrazioni fiscali per interventi di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento – doveroso – della direttiva comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche per la definizione di procedure d’infrazione. Pertanto, il maggior gettito (peraltro come effetto indotto) derivante dalle disposizioni di carattere fiscale, dettate tipicamente da obblighi di adeguamento comunitari, non apparirebbe essere diretto a costituire una riserva erariale in senso tecnico. Del resto, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva in materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria, sarebbe legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine di favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza regionale.

Alla luce di quanto esposto il resistente chiede il rigetto del ricorso in epigrafe.

Considerato in diritto

1.– Con ricorso n. 91 del 2013, la Regione siciliana ha impugnato l’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove applicabile ricomprendendo nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto delle disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», per violazione degli artt. 36 e 37 dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), nonché delle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria) ed in particolare dell’art. 2.

La disposizione censurata prevede la copertura degli incrementi di alcune autorizzazioni di spesa individuate dai commi 1 e 2 dello stesso art. 21 e degli oneri derivanti da agevolazioni fiscali introdotte dagli artt. 14 e 16 del medesimo decreto-legge «mediante corrispondente utilizzo delle maggiori entrate e delle minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20; […]».

In particolare, dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior gettito risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA che si prevedono come conseguenti all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli artt. 19 e 20 del medesimo decreto-legge è poi previsto un maggior gettito come diretta conseguenza della eliminazione del regime IVA agevolato nel settore editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli alimenti somministrati mediante distributori automatici.

1.1.– A parere della Regione la disposizione censurata, «ove applicabile ricomprendendo […] anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt. 36 e 37 dello statuto nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto non sussisterebbero i presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di derogare al principio di attribuzione alla Regione siciliana di tutte le imposte statali riscosse nell’isola, ovvero a) la natura tributaria dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c) la destinazione del gettito «con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime».

Quanto ai maggiori proventi fiscali previsti sulla base della ripresa economica stimolata dalle agevolazioni di cui ai citati artt. 14 e 16, difetterebbe il carattere di novità dell’entrata tributaria. Con riferimento sia ad essi che agli aumenti di gettito IVA derivanti dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe la specifica destinazione a finalità contingenti o continuative dello Stato.

1.2.– Il Presidente del Consiglio dei ministri sostiene l’inammissibilità del ricorso, non avendo, la ricorrente, adempiuto all’onere di allegare la «precisa quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure», nonché la sua non fondatezza in quanto, per espressa affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe alcun danno. Inoltre, la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del 2013 e in particolare di quelle relative alle detrazioni fiscali per interventi di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento doveroso della direttiva comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche; pertanto, il maggior gettito non sarebbe diretto a costituire una riserva erariale in senso tecnico. Comunque, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva in materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria, sarebbe legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine di favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza regionale.

2.– Si premette che la questione promossa dalla Regione siciliana è ammissibile, sebbene formulata in via alternativa – sulla riconducibilità o meno alla disposizione in esame dei tributi riscossi nel territorio della Regione – in quanto, secondo costante orientamento di questa Corte, il giudizio in via principale, a differenza di quanto accade per il giudizio in via incidentale, può concernere questioni sollevate sulla base di interpretazioni prospettate dal ricorrente come possibili (sentenze n. 255 del 2013, n. 228 del 2003, n. 412 del 2001, n. 244 del 1997 e n. 242 del 1989).

3.– Sempre in via preliminare, deve essere esaminata l’eccezione di inammissibilità prospettata dal Presidente del Consiglio dei ministri per genericità del ricorso per la «mancata quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure».

L’eccezione non è fondata in quanto il principio della necessaria allegazione del danno affermato da questa Corte (sentenza n. 246 del 2012) trova una giustificazione quando la norma censurata dispone una minore entrata per la Regione e non anche quando comporti l’esclusione dal beneficio del maggior gettito da essa stessa introdotto.

4.– Nel merito la questione è fondata. La disposizione impugnata, come “paventato” dalla ricorrente, dispone in effetti che la globalità degli aumenti di gettito confluiscano nel bilancio statale, includendovi, quindi, anche quelli riscossi nel territorio della Regione siciliana.

Manca infatti una clausola di salvaguardia che preveda l’inapplicabilità delle disposizioni in esame alle Regioni ad autonomia speciale ove siano in contrasto con gli statuti e le relative norme di attuazione.

Va poi rilevato che la relazione tecnica, nel quantificare ed esporre i dati contabili ed economici ricollegabili alle misure introdotte, prende a riferimento le entrate riscosse in tutto il territorio nazionale.

Occorre, dunque, verificare se ricorrono i presupposti legittimanti la riserva allo Stato fissati dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, la cui sussistenza è contestata dalla Regione.

5.– Essendo pacifico il carattere tributario dell’entrata, deve accertarsi, innanzitutto, la destinazione a «finalità contingenti o continuative dello Stato, specificate nelle leggi medesime». Questa Corte, con la sentenza n. 241 del 2012, ha evidenziato che tale condizione «è soddisfatta quando la legge statale stabilisce che il gettito sia utilizzato per la copertura di oneri diretti a perseguire “particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate” nella legge stessa (sentenza n. 135 del 2012)».

Ebbene, gli obiettivi di impiego indicati nel censurato comma 3 dell’art. 21 rispondono ad esigenze specifiche di copertura degli «oneri derivanti dagli articoli 14 e 16 e dai commi l e 2».

Essi riguardano, rispettivamente, le detrazioni fiscali introdotte da tali norme per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici e per le spese di ristrutturazione edilizia; l’incremento dell’autorizzazione di spesa di cui all’art. 1, comma 7, del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148 (Interventi urgenti a sostegno dell’occupazione), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 19 luglio 1993, n. 236, confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione e destinata al rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga di cui all’art. 2, commi 64 e 65, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita); l’incremento dell’autorizzazione di spesa di cui all’art. 5 della legge 6 febbraio 2009, n. 7 (Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008), relativa agli oneri derivanti dagli impegni assunti con il Trattato nonché dal riconoscimento di ulteriori indennizzi a soggetti titolari di beni, diritti e interessi sottoposti in Libia a misure limitative, individuati nell’art. 4 della medesima legge n. 7 del 2009.

6.– A conclusioni parzialmente diverse si giunge quanto al requisito della novità della entrata, in ordine al quale deve essere operata una distinzione tra i due gruppi di diposizioni.

6.1.– Le misure di cui agli artt. 19 e 20 del d.l. n. 63 del 2013 rientrano nel perimetro della nozione di «nuova entrata tributaria» tracciato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale può considerarsi tale anche la maggiore entrata derivante da disposizioni legislative che aumentano le aliquote di tributi preesistenti (sentenze n. 97 del 2013, n. 143 del 2012 e n. 348 del 2000).

A tale fattispecie possono senz’altro assimilarsi l’eliminazione del regime IVA agevolato per i prodotti editoriali e, a maggior ragione, l’aumento dell’aliquota IVA per la somministrazione di alimenti e bevande con i distributori automatici.

6.2.– Non rientra, invece, nella nozione di «nuova entrata tributaria» il maggior gettito previsto come effetto indotto delle misure di cui agli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 risultante, cioè, dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali introdotte dalle norme richiamate e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA conseguenti all’incremento delle attività economiche derivante dalla loro agevolazione.

Si tratta di tributi già dovuti in base alla precedente normativa fiscale, il cui gettito non muta per il mutare della norma ma aumenta (rectius, potrebbe aumentare, per l’ipotizzato effetto incentivante sugli investimenti nei settori specifici interessati dalle norme. Difatti per le «somme già dovute in base alla precedente normativa fiscale» va escluso il carattere di novità dell’entrata tributaria (sentenza n. 241 del 2012).

In termini più generali, questa Corte, con la sentenza n. 306 del 2004, ha poi chiarito che l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 va inteso nel senso che deve essere assicurato alla Regione il gettito derivante dalla «capacità fiscale» che si manifesta nel suo territorio, e cioè dai rapporti tributari che sono in esso radicati, in ragione della residenza fiscale del soggetto produttore del reddito colpito o della collocazione nell’ambito territoriale regionale del fatto cui si collega il sorgere dell’obbligazione tributaria. Ciò che rileva, quindi, è che venga assicurato che alla Regione giunga il gettito corrispondente alla sua capacità fiscale, a nulla rilevando che, come nel caso di specie, l’incremento di quest’ultima sia dovuto a detrazioni fiscali introdotte dal legislatore statale, peraltro comunque poste a carico della Regione.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, nella parte in cui ricomprende nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 anche i tributi riscossi nella Regione siciliana.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2014.

F.to:

Sabino CASSESE, Presidente

Giancarlo CORAGGIO, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 16 luglio 2014.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI